Vigna in testa e Sicilia nel cuore:

intervista all’appassionata enologa che ha rivoluzionato, dalla terra, il vino dei Monti Iblei regione


Il vino, per Arianna Occhipinti, è stato “un’urgenza comunicativa”. Una necessità irrefrenabile di comunicare se stessa e l’amore per la sua terra, la Sicilia, nello specifico l’angolo più a sud-est dell’isola. Per questo si è avvicinata alla vigna giovanissima, affiancando lo zio Giusto Occhipinti, co-fondatore dell’azienda COS, per poi mettere quella distanza imprescindibile per osservare, da un vertice ottico inedito, la sua regione, alla ricerca del modo migliore per valorizzarla. E lo ha trovato nella biodinamica, una scelta che lei definisce “naturale”, perché sorta semplicemente osservando i bisogni di questo territorio. Oggi, Arianna, con i suoi vini e con il suo metodo, è diventata un punto di riferimento per il settore e un faro per una denominazione, il Cerasuolo di Vittoria DOCG, destinata a crescere attraverso l’impegno condiviso dei suoi produttori.  

Parliamo del tuo percorso professionale. Come nasce l’enologa Arianna Occhipinti: quando e come hai scoperto la tua vocazione?

«È nata tra i vigneti, osservando la terra e le stagioni. Ho capito presto che il vino sarebbe stato il mio strumento per raccontare il territorio, per trasmettere l’anima dei Monti Iblei e la storia di chi lavora la terra. Non era solo curiosità: era una necessità profonda di dare voce a ciò che vedevo e sentivo, di trasformare il lavoro quotidiano in qualcosa di vivo e condivisibile».

La tua passione ti ha portata dalla Sicilia a Milano, per seguire gli studi in Viticoltura ed Enologia: perché Milano? Hai sempre saputo che alla fine saresti tornata “a casa”?

«Milano mi ha dato la distanza giusta per guardare la mia terra con maggiore consapevolezza. Lì ho potuto studiare, confrontarmi, aprirmi a un mondo più ampio. Ma ho sempre saputo che sarei tornata: il legame con la Sicilia è profondo, radicato, impossibile da mettere da parte. Tornare a casa non era una scelta, era l’unico modo per fare il vino che avevo in mente».

Hai vissuto momenti di studio o esperienze all’estero o in altre cantine? Se sì, cosa ti hanno lasciato?

«Sì, soprattutto esperienze in altre cantine, che mi hanno lasciato come insegnamento il rigore, i diversi approcci al lavoro, ma anche il valore dell’autenticità e del restare fedeli a sé stessi. Ogni esperienza è stata utile per capire che la mia strada non era imitare modelli esterni, ma tornare alle origini con maggiore consapevolezza, portando nel mio lavoro ciò che avevo imparato senza snaturare il territorio».

C’è stato un mentore o qualcuno in particolare che ha segnato una svolta nella tua crescita personale e professionale?

«Oltre all’influenza della mia famiglia, ci sono stati molti produttori e territori che hanno segnato il mio percorso. Le esperienze con enologi come Elena Pantaleoni, Giovanna Morganti e Giuseppe Rinaldi mi hanno aperto nuovi orizzonti, mostrando approcci innovativi e rispettosi del territorio. Collaborare e imparare da queste realtà ha arricchito la mia comprensione della viticoltura e dell’enologia, contribuendo a definire il mio stile».

Nel 2004 hai avviato la tua attività cominciando a coltivare un ettaro di vigneto a Vittoria, ai piedi dei Monti Iblei, oggi diventati 40. All’inizio, che obiettivi ti eri data? Quanto è stata rapida poi la crescita?

«All’inizio il mio obiettivo era capire come lavorare bene, dare voce ai vigneti e rispettare la loro autenticità. La crescita non è stata rapida né guidata dai numeri, ma naturale: ogni passo è stato costruito con pazienza, ascoltando la terra e imparando dai vigneti. Oggi vedere il progetto così sviluppato è una grande soddisfazione, perché ogni bottiglia racconta la dedizione che c’è dietro».

Cosa significa lavorare in un territorio come questo? Quali sono le difficoltà agronomiche, ambientali e climatiche, ma anche logistiche? Quali, invece, i vantaggi?

«È un territorio complesso e generoso allo stesso tempo. Il caldo, la siccità e il vento richiedono attenzione continua, ma i suoli sabbiosi e calcarei, il microclima delle vallate e l’energia di questi luoghi regalano vini di grande eleganza e vitalità. La sfida è rispettare questi elementi e farli emergere nel bicchiere».

Con quali varietà ti interfacci abitualmente? Come si comportano in questa zona e quali caratteri distintivi presentano nei vini?

«Lavoriamo con il Frappato e il Nero d’Avola, ma anche con varietà bianche come Grillo, Albanello e Zibibbo. In questa zona ogni vitigno trova una sua espressione naturale grazie ai suoli sabbiosi e calcarei e al microclima delle vallate, che aiutano a preservare freschezza ed energia. Il Frappato è fine e luminoso, il Nero d’Avola esprime struttura ed equilibrio senza mai diventare eccessivo. Le varietà bianche raccontano invece un lato più essenziale e verticale del territorio, con vini tesi, salini, capaci di parlare in modo diretto del luogo da cui nascono».

Per via dei cambiamenti climatici, hai notato variazioni negli ultimi anni nella viticoltura locale? Come sembrano reagire le uve?

«Sì, i cambiamenti sono evidenti: estati più calde, vendemmie anticipate, maggiore stress per le piante. Le uve reagiscono bene se accompagnate con attenzione, ma richiedono una presenza costante in vigna, capacità di adattamento e grande sensibilità nel prendere decisioni».

Parliamo di biodinamica: tu ne hai fatto sin dagli inizi il tuo caposaldo. La tua è stata una scelta filosofica a priori o hai ritenuto che questo territorio avesse le caratteristiche idonee a tale metodo? Hai avuto qualche momento di difficoltà? Qual è il tuo bilancio negli anni e a chi consiglieresti tale scelta?

«È stata una scelta naturale, più che ideologica. Questo territorio chiede di essere ascoltato e rispettato. Non è sempre un percorso semplice, ma negli anni ho visto vigneti più vivi e vini più veri. La consiglierei a chi è disposto ad avere pazienza, a osservare, per costruire qualcosa di autentico».

Il comprensorio di Vittoria, che ospita l’unica DOCG della Sicilia, è sicuramente uno dei territori vinicoli meglio definiti della regione, con un gruppo di produttori piuttosto uniti e focalizzati sempre più in direzione della qualità. Quali sono i maggiori punti di forza di questo areale? C’è secondo te un potenziale ancora inespresso? Come gruppo che obiettivi vi siete dati?

«Il punto di forza di Vittoria è la sua identità chiara: suoli, clima e vitigni dialogano in modo coerente. C’è ancora molto potenziale da esprimere, soprattutto nel racconto del territorio. Come produttori lavoriamo per rafforzare la qualità, la credibilità e la riconoscibilità della denominazione, mantenendo una visione comune».

Il Cerasuolo di Vittoria oggi sembra fornire una risposta efficace alla richiesta di rossi più agili, abbinabili e di pronta beva, oltre che di produzioni identitarie e legate al binomio vitigno-territorio: come vedi il futuro e come credi si possa fare il salto verso una maggiore notorietà a livello nazionale e oltre?

«Il futuro del Cerasuolo di Vittoria sta nella coerenza. È un vino che ha tutte le carte per parlare a un pubblico ampio senza perdere identità. La notorietà arriverà continuando a lavorare bene, raccontando il territorio con sincerità e lasciando che siano i vini, prima di tutto, a farsi conoscere».

Offri consulenza ad altre cantine o ti è capitato di assisterne qualcuna?

«No, non è capitato finora di fare consulenza ad altre cantine. Sicuramente sono stata disponibile e vicina ad alcuni amici che hanno voluto cominciare un progetto e mi hanno chiesto dei consigli».

Da enologa, quali aspetti cerchi di far emergere nei tuoi vini?

«Cerco autenticità, pulizia e coerenza con il territorio. Non voglio aggiungere nulla, ma togliere ciò che può coprire la voce della vigna. Il vino deve parlare da solo».

Ritieni di avere uno stile enologico personale? Da quale etichetta ti senti rappresentata al meglio?

«Cerco vini sinceri, che non forzino mai la materia e che lascino spazio al territorio. Il rapporto con il Frappato è speciale perché è stato il primo: ci siamo presi per mano e siamo cresciuti insieme».

Un progetto o un sogno futuro?

«Il desiderio più forte è continuare a rendere sempre più solida e riconoscibile la DOCG Cerasuolo di Vittoria, lavorando insieme agli altri produttori per valorizzarne identità, qualità e credibilità. Credo molto nella forza di questo territorio e nel suo potenziale ancora da esprimere fino in fondo».