Da avvocato penalista a viticoltrice:

Giada Codecasa racconta come come il vino
le ha cambiato la vita

Dalla carriera forense presso il distretto di Milano, all’imprenditoria agricola in Bogogno (NO). Questa la scelta, radicale, fatta da Giada Codecasa nel 2000, dopo essere rimasta folgorata dal territorio dell’Alto Piemonte. La sua azienda vitivinicola, Cà Nova, nasce così: dalla passione sua e di suo padre Vittorio per la natura e l’agricoltura, messa in atto dopo aver trovato una cascina del 1700 abbandonata. Oggi il papà di Giada non c’è più, ma il loro sogno rimane vivo nelle attività quotidiane di Giada, che da quella scelta di vita, fatta oltre vent’anni fa, non ha mai pensato di tornare indietro.

Giada, qual è il primo ricordo che hai legato al mondo del vino?

«Gli aperitivi all’università: non bevevo mai birra o altro come i miei amici ma chiedevo sempre un calice di vino rosso fermo». 

Tu non nasci vignaiola, ma a un certo punto della tua vita hai scelto di diventarlo: quali ragioni ti hanno portata a questa decisione e quali sono state le tappe di questo nuovo percorso professionale?

«Ero appassionata di vino, in particolare di Nebbiolo, ma conoscevo poco l’Alto Piemonte. Il caso ha voluto che mio padre Vittorio e io scoprissimo quest’angolo meraviglioso di cui è stato facile innamorarsi a prima vista. Una natura a tratti selvatica, dirompente, a tratti addomesticata dall’uomo ma sempre bellissima. Una storia centenaria di vite e di vino, una vita quotidiana a misura d’uomo, un grandissimo terroir da poter valorizzare con vini di eccellenza. E poi quando mio padre si imbatté nella cascina Canova… sembrò un segno. Un edificio ormai abbandonato che risaliva al 1669 ma che, vicende alterne, avevano traghettato attraverso i secoli con fascino immutato. Come resistere al sogno di realizzare il cambio di vita che risuonava in me già da parecchio tempo, tra i banchi del tribunale di Milano? Come frenare il desiderio di mio padre, che da piccolo con la sua famiglia aveva una cascina nel Lodigiano, di ritornare al passato? Poi nel contesto del futuro campo da golf di Bogogno, che muoveva i primi passi e che avrebbe reso quel paesaggio ancora più bello. Così meno di un anno dopo, nel 1996, nacque il progetto: ristrutturammo la cascina, ripiantammo le vigne intorno alla casa e decidemmo di affiancare alle nostre attività, io penalista presso il Tribunale di Milano, lui imprenditore tessile, la produzione di due vini DOC di qualità: il “Rugiada” da uve erbaluce e il “Melchior” da uve Nebbiolo. Ci volle poco tempo perché il mondo del vino mi richiamasse a Bogogno a tempo pieno per ampliare i vigneti e allargare la cantina. Da 1,5 ettari a quasi 10 il passo è stato fatto in soli quattro anni. L’arrivo del Ghemme DOCG ha gioiosamente riempito la cantina storica di grandi botti di rovere. Il sogno era diventato una bella realtà, ma capimmo subito, grazie al nostro enologo Scaglione, che andava gestita in modo più moderno rispetto al passato. Vigneti con impianto a guyot; diradamenti dei grappoli per avere meno uva ma più qualità; moderna cantina di invecchiamento e tanta pazienza per far affinare le bottiglie di Nebbiolo fino al momento in cui per noi fossero state pronte per i clienti (dai 5 ai 10 anni dalla vendemmia)». 

Sei riuscita a trasportare un po’ della tua precedente formazione universitaria e professionale nella tua nuova attività di vignaiola? In cosa ti ha aiutato o dato una marcia in più provenire da un contesto diverso?

«Il contesto del vino è totalmente diverso da quello in cui vivevo e lavoravo, ma certamente gli studi mi hanno dato un’apertura mentale che un po’ mancava nella vecchia realtà contadina. La provenienza da una città come Milano, che già viaggiava a 100 all’ora, ha aggiunto pragmatismo e capacità di prendere decisioni anche controcorrente. Ma non avrei potuto costruire nulla senza il supporto finanziario di mio padre, che ha investito in un progetto sicuramente molto impegnativo e in continua evoluzione, con il suo approccio imprenditoriale».

Hai avuto compagni, mentori o figure di riferimento che ti hanno accompagnato in questo viaggio?

«Il progetto è stato condiviso e costruito con mio padre Vittorio che purtroppo mi ha lasciato nel 2018, un vuoto che pesa ancora tanto. Il mio enologo Scaglione è al nostro fianco da 30 anni per consigliarci e aiutarci a realizzare il vino migliore in funzione dell’annata». 

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L’Alto Piemonte è anche un territorio eroico del vino: quali sono le difficoltà quotidiane che ti trovi ad affrontare?

«L’alto Piemonte è una zona da sempre molto vocata per il vino. Il suo limite è stato l’abbandono dei vigneti per la mancanza del ricambio generazionale. Le difficoltà che incontra la nostra viticoltura sono le stesse di molte altre zone del Piemonte: grandine, insetti, animali selvatici… In questi ultimi anni, dove le temperature si sono alzate molto, abbiamo avuto il grande vantaggio di avere temperature più miti che nel sud del Piemonte, che hanno attenuato le conseguenze del cambio climatico sulle nostre viti. Per tutto il resto la parola d’ordine è: resilienza».

C’è stato un momento in cui hai pensato di non farcela o che avessi fatto una pazzia a scegliere questo mestiere proprio in un posto così?

«Questo è il posto in cui si possono fare dei vini di altissima qualità, con lungo potenziale di invecchiamento, con il vitigno italiano più nobile, con l’aggiunta di un’eleganza incredibile data dalla mineralità dei suoli. Quindi la mia scelta ricadrebbe ancora sull’Alto Piemonte. La vera follia è stata decidere di produrre vino (scherzo)! Quest’anno festeggiamo 30 anni della Cà Nova. Un traguardo importante di cui vado fiera anche se era inimmaginabile per la visione mia e di mio padre come sarebbe cambiato il mondo della viticoltura e del vino in questi anni. Una completa rivoluzione, cui il Covid ha dato un consistente scossone». 

In questo numero de L’Assaggiatore parliamo di agroforestazione e dell’importanza di reintegrare le colture boschive con il vigneto. Il vostro è un territorio dove la natura è sempre rimasta dominante: credi sia questa la strada per il vino del futuro?

«Noi viticoltori siamo custodi del territorio, come vignaiola FIVI credo fermamente in questo assunto. Credo, altresì, che l’ecosistema sia fondamentale e vada rispettato: i vigneti non devono prendere il sopravvento sui boschi ma coesistere. Ci sono zone non adatte alla vigna dove trovo sbagliato impiantare vigneti: in alcune zone d’Italia la viticoltura è così intensiva che non si trova più un albero! Noi le vigne le abbiamo piantate solo dove il terreno era adatto e così credo che si debba fare. La natura ha tante forme e varietà e gli animali devono avere diversi ecosistemi per sopravvivere. La mia vigna di San Quirico è circondata da un bellissimo bosco spontaneo». 

Il Nebbiolo di montagna sta vivendo una fase d’oro, in virtù della sua versatilità e capacità di dare anche vini rossi più agili, molto apprezzati dal consumatore moderno. Hai percepito questo clima di rinnovato interesse attorno al tuo areale? Cos’è secondo te che la gente apprezza dei vini dell’Alto Piemonte?

«I clienti apprezzano proprio questo dei vini dell’Alto Piemonte: l’eleganza, la bevibilità, l’agilità di questi Nebbioli che non ti stanchi mai di bere. Dopo anni di vini concentrati, densi, impegnativi ora è il momento in cui i vini come i nostri sono molto apprezzati e valorizzati. Il problema è che i numeri delle bottiglie prodotte sono piccoli e diventa difficile andarsi a prendere quote importanti di mercato, come ha fatto il più conosciuto Barolo».

Contestualmente, oggi si parla tanto anche di crisi del consumo dei rossi. Quanto vi sentite spaventati da questa presunta tendenza?

«Purtroppo, non è questione di avere paura, ma di affrontare questa tendenza che ci ha già colpito. Il consumo dei rossi passatemi il termine “importanti” era proprio delle generazioni fino alla mia. I ragazzi tra i 20 e i 30 anni mediamente non consumano vino ai pasti ma solo nelle cene con amici o nelle occasioni speciali. Preferiscono i cocktails e la birra che i media vendono con un’immagine più “giovane”. Le vecchie generazioni per motivi legati all’età finiscono con il bere meno. È una fase di transizione particolare dettata anche dal fattore economico. Il vino di qualità bevuto fuori casa è più caro di un gin tonic o di uno spritz per le tasche dei nostri figli».

Tra i vostri vini ce n’è anche uno prodotto con uva Vespolina: come è avvenuta per voi la riscoperta di questo vitigno raro e antico? In cosa si fa apprezzare e quali difficoltà presenta?

«Un vitigno tosto da coltivare perché è una varietà molto produttiva ma anche molto delicata. La sua buccia sottile è attaccata dagli insetti che la bucano con facilità. Il momento della vendemmia è molto preciso: prima non è matura e subito dopo rischia di marcire. La presenza nella sua buccia della molecola del pepe (il Rotundone), conferisce ai suoi vini una speziatura intensissima, che ha fatto scegliere ai produttori di vinificarla sempre più in purezza. Noi l’abbiamo fatta solo in acciaio senza condizionamenti del legno per evidenziarne proprio le caratteristiche e la facilità di beva».

Qual è secondo te la chiave per rendere un vino rosso accattivante a prescindere dalle mode e dal tempo?

«Preciso, territoriale, elegante, facile da bere, non troppo alcolico, legno non invasivo».

Come vedi il futuro dell’Alto Piemonte? Quanto ancora può crescere e su quali aspetti dovrebbe puntare?

«Sono diversi anni che il vino dell’Alto Piemonte sta crescendo in qualità e malgrado il numero ristretto dei produttori sta aumentando la sua visibilità nel panorama del Piemonte, venendo spesso paragonato ai cugini più blasonati. Bisogna sempre lavorare per il massimo della qualità, che adesso è raggiunta da moltissime cantine, fare gruppo tra noi piccoli produttori per poter essere più efficaci nella promozione. Il Consorzio di Tutela dei Nebbioli dell’Alto Piemonte ha lavorato con i produttori per creare eventi in Italia e all’estero e così dobbiamo continuare. E sarebbe bello, anche se non sempre realistico, che si facessero uscire Nebbioli non troppo giovani, per poterli apprezzare ancora di più nella loro eccezionale longevità. Noi al momento stiamo rilasciando le vendemmie 2016 e 2017».

Nel mestiere di produttore di vino esiste, secondo te, una differenza di approccio tra uomini e donne?

«Assolutamente sì. Dalla gestione della cantina all’impronta data al vino. Il mio vino più femminile? Il Ghemme. Elegante, sottile e delicato come una mannequin».

Hai colleghe vignaiole che stimi e con le quali magari trovi occasioni di confronto?

«Sì, assolutamente. Tante donne sono al comando di cantine in Alto Piemonte e c’è spesso confronto e scambio di informazioni con l’approccio sincero di condividere un percorso». 

Concludiamo con la domanda di rito: se fossi un vino, in quale calice ti identificheresti e perché?

«Ovviamente con il vitigno principe d’Italia: il Nebbiolo, what else? In tutte le sue manifestazioni che ho rappresentato con la mia produzione: dallo Spumante Metodo Classico rosato, al rosé fermo, al Nebbiolo giovane fino a quello da invecchiamento. In Cà Nova ce n’è per tutti i gusti!».